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Prestigio

Oggi ho letto dei caffè di Herrera. Pare la Grande Inter bevesse dei caffè di anfetamina. La mente è andata subito a come stesse reagendo mio padre. Se sono interista pure io è merito (colpa) sua. Se mio padre lo è, è per quella Grande Inter. A chi non tifa non importerà poi molto, ma per me quelle serate sul divano a guardar giocare quella squadra, urlando insieme, rimangono importanti – un centro di gravità emotiva non da poco (anche se io, come tifoso, sono parecchio scarso). Ora, immaginare mio padre che legge quella notizia sul Corriere dello Sport mi fa venire un morso al cuore. Spero la liquidi come una frottola juventina, anche se io credo non lo sia affatto.

Gianni Morandi ha postato su Instagram una sua foto, come al solito molto casereccia, e pronta per la didascalia "(foto di Anna)". Sotto, è sfuggito un commento, firmato dal suo account, che recita "Mettila verso le 13 o 14..." – l'ora in cui i socialini sono più visitati. Ora sotto la nuova foto di oggi, pubblicata alle 13:04, i suoi fan si dividono tra chi "vuole credere" e chi è arrabbiato come un bambino dopo una favola senza lieto fine.

Il rapper Fedez, idolo dei quindicenni di oggi, ha provato a brevettare il suo album "Pop-hoolista" come marchio registrato, per poi trasformare la risposta negativa dell'ufficio brevetti in questo status Facebook: "IL MINISTERO DELLO SVILUPPO ECONOMICO ha dichiarato FUORILEGGE la copertina del mio album!", dando il via a notizie con titoli come questo: “Fedez, il ministero dello Sviluppo: “Pop-hoolista contro ordine pubblico”. Lui: “Puzza di censura”.”

Quanti dischi avrà venduto in più Gianni Morandi, grazie all'incredibile popolarità che il suo social media manager gli ha procurato su Facebook? Quanti contratti su Rai1 avrà rimpolpato grazie alle foto di Anna postate alle 13 o alle 14? E quell'Inter, quante magliette, quanti palloni, quante tazze da caffè con il suo marchio registrato avrà venduto grazie a quei probabili caffè con l'anfetamina? I ragazzini che oggi si indignano per conto di Fedez, come reagiranno quando scopriranno che quella "puzza di censura" serviva proprio a fargli tirar fuori la paghetta dalle tasche?

Mai tirar fuori un euro per questi signori. Strozzargli gli incassi. Nessun album alla Warner, alla Sony. Neanche un centesimo alle loro industrie di illusioni di massa, mascherate come fosse magia. Non servirà a niente, ma dà l'illusione si possa cambiare qualcosa.

"The early advocates of universal literacy and a free press [...] failed to take into account man's almost infinite appetite for distractions."
 Aldous Huxley



Come dice Supertramp

In effetti, per come siamo fatti come persone, una cosa che esiste non è detto che lo sia finché non la condividiamo.

Secondo me, tra l'altro, questo è un argomento in più per dire che le idee non hanno proprietari (ma solo padri).

E, as a consequence, condividere e far esistere certe cose nel momento in cui le si ha in testa — come il buon umore — è proprio un dovere morale (cfr [McCandless 1992]).



Basta con le idee

 Molte persone della mia generazione, di tanto in tanto, festeggiano la cosiddetta "morte delle ideologie". Siamo spesso chiamati una generazione "post-ideologica". Più che altro perchè siamo cresciuti dopo la caduta del comunismo sovietico.

Quel che è curioso è che il concetto di "ideologia" è (come molti altri che usiamo spesso) un'eredità di Marx. Lui intendeva dire che molti interpretano la realtà attraverso schemi di pensiero "definiti a priori", e diffusi per il tornaconto personale di una qualche classe di persone. Probabilmente, il vecchio Karl sarebbe stato davvero contento se qualcuno gli avesse detto che le "ideologie" sarebbero state sconfitte: avrebbe pensato ad un mondo in cui il comunismo avrebbe trionfato contro gli schemi di pensiero liberali e borghesi.

Purtroppo per lui non è andata così: l'ideologia liberale ha prevalso, e ha usato il termine "ideologia" contro il comunismo stesso, e quando questo è morto ha decretato la sconfitta delle ideologie. Ma non sono solo morte le altre ideologie? Di sicuro tutto ciò odora di paradosso. Insomma, se le ideologie non sono morte — Marx, che le ha definite, affermerebbe convintamente che dominano la nostra vita ancor più che nel 1880 — cosa diavolo stiamo dicendo? Cos'è che è morto?

Quel che si intende di solito è che sono morte tutte quelle interpretazioni della vita che danno più importanza ad alcuni aspetti piuttosto che ad altri. Che è morto l'ideale nazista, e l'idea che il sangue conti più delle azioni; negli anni novanta hanno decretato morto l'ideale comunista, l'idea che l'equità sia più importante della libertà individuale; e così via. Detta così, però, è difficile lasciar fuori una qualunque idea su cosa sia davvero importante nella vita; e se questi ragionamenti li facciamo morire tutti, quello che rimane è solo il "quieto vivere" — anzi, neanche quello. (Si sente Marx da lontano che ci dice che questo significa solo che c'è qualcun'altro che li decide per noi.)

Se noi ammazziamo tutti gli ideali, esibendo orgogliosi una medaglia per non averne più, possiamo stare certi che anche "democrazia", "libertà di parola", etc sono idee che finscono incluse tra le vittime. E quando seppelliamo uno di questi — il quale dipende da chi legge — le conseguenze le paghiamo tutti. Magari un giorno qualcuno lo farà per il proprio interesse, e per opporsi bisognerà avere ancora in sè un ideale, un'idea, un obiettivo: oppure si starà solo aspettando che qualcuno ne abbia uno buono anche per noi. Se questi oppositori riescono ad aver successo, con un po' di fortuna si farà ancora in tempo a sputare sul cadavere dell'ideale vecchio in piazza e portare in trionfo quello nuovo; ma senza chiamarlo ideale, occhio! Si deve sempre aver appuntata la medaglia di non averne.

Il problema qui è che essere post-ideologici diventa smettere di interpretare tutto ciò che sta al di là del proprio naso, e fare giuramento di non dire più "questo è più importante" davanti a niente. Solo che questo più che essere post-ideologici — qualunque cosa significhi — mi sembra semplicemente ignavia. Quel che è peggio, ignavia controproducente.



Opinionismo non-deterministico

Cose che al momento non sopporto:

1.Il cinismo massificato, per cui nella maggior parte dei posti internettiani che frequento il commento più votato sarà quello con una battuta cretina e volutamente insensibile su qualunque problema, morto o tragedia, anzichè qualcosa che esprima un punto di vista interessante. Come se ormai il cinismo "a-morale" del postmoderno avesse pervaso chiunque e applicato dal primo che passa — anzichè da dei geni come Tarantino, Umberto Eco o Seth McFarlane — si trasformi solo in noia. Esempio:





2.Il dare la colpa delle cose al contesto storico: attribuire la colpa di un mio gusto che cambia alla società, come se i miei personalissimi gusti siano necessariamente quelli à la page di questa epoca, autoetichettando come "massificato" qualcosa solo perchè non mi piace (più). (Specie quando poi domattina avrò cambiato di nuovo idea, solo perchè la battuta quella volta faceva ridere.)



3.Le figure retoriche che mi permettono di dire una cosa e il suo contrario, con perifrasi vendoliane, senza manco far ridere nel processo.



Humani nihil alienum

Mi sforzo sempre di essere coerente con l'idea che nessuno è chiamato ad essere un eroe, e non si può mai dare alcuna colpa a chi sceglie di non esserlo. Se la non eroicità di qualcuno diventa un problema grave, la colpa è di chi governa il sistema.

Beato quel paese che non ha bisogno di eroi.


Così Brecht fa dire al suo Galileo, subito dopo che questi accetta di rinnegare le sue scoperte per non rischiare il rogo.

Ma proprio questo aumenta il mio disprezzo per chi si rifiuta non di essere un eroe, ma solo di fare quello che è suo dovere fare.
Ognuno di noi ha dei compiti ben precisi, che da soli ci assegnamo. Studiare quando abbiamo detto che questo è ciò che faremo, per fare un esempio banale e scontato. Uno dei problemi principali del nostro paese è semplicemente questo: chi si assume certe responsabilità appena può le evita e agisce come se niente fosse; giornalisti che evitano di fare fact checking, professori che evitano di insegnare sul serio, controllori che non controllano, eccetera.

In questa ottica, trovo perfettamente giustificati i brividi e l'odio che provo ascoltando una persona che pur di non fare il proprio dovere arriva a disinteressarsi di quattromila persone che rischiano di morire.



Difendo sempre anche quando chi si assume certe responsabilità viene attaccato per avere uno stipendio congruo. Ma allo stesso modo è da disprezzare profondamente chi dice "questo lo farò io", ma poi — semplicemente — non lo fa.



Controintuizioni.

E se l'umanità fra migliaia di anni avesse raggiunto prospettive tecnologiche inverosimili oggi come il viaggio nel tempo, ma fosse stata ridotta anche sull'orlo dell'estinzione da un'evoluzione dell'AIDS sempre trasmessa sessualmente ma del tutto incurabile e inevitabile, e avesse deciso di tornare indietro nel tempo per avvertirci, ma potesse farlo solo con un errore sulla destinazione di diverse migliaia di anni e quindi fosse solo riuscita a raggiungere Israele nel 1000 a.C. e la Bibbia fosse solo il risultato del loro tentativo di avvertimento per informarci che in effetti la castità e la riduzione e la regolamentazione del sesso É davvero scientificamente l'unico modo per sopravvivere come specie, solo che è stata distorta negli anni e via via si sono aggiunte molte parti corrotte?

No, era così per dire, però è l'unico modo in cui trovo sensato il fatto che in RAI non si possa dire "profilattico".



I corpi di tutti

Trovo che uno dei principali obiettivi di una persona di sinistra debba essere l'abbattimento di ogni genere di discriminazione sociale. Per questo trovo particolarmente interessanti i movimenti femministi, e credo che — come del resto sulle altre questioni di diritti civili, di discrimazione o di razzismo — abbiamo molto, forse tutto, da imparare dai movimenti americani.

É superfluo dire che queste questioni in Italia sono di grande attualità. In particolare, lo è il dibattito* tra chi sostiene che Il Corpo Delle Donne sia attualmente oggettificato e ridotto a bambola gonfiabile da parte dei mass media berlusconiani (questa è la posizione ortodossa di sinistra: cito Zanardo e Lerner) e chi sostiene che, anche se è così, bisogna considerare che il corpo delle veline (o delle prostitute) appartiene a loro stesse e quindi combattere l'uso che ne fanno significhi combattere una loro libera scelta (v. Bordone).

Questo dibattito non è facile ed echeggia, anche se forse un po' da lontano, quello tra femministe anti-pornografia e quelle pro. Qui in realtà ho pochi dubbi: come consumatore di porno, so che i porno non veicolano alcun messaggio che non sia l'eccitazione sessuale dello spettatore, che è di per sè cosa buona e giusta; non fanno differenza tra oggettificazione femminile (anal rape) e oggettificazione maschile (slave-mistress), nè fra l'eccitazione causata dal vedere un uomo soddisfatto e il corrispettivo femminile (spessissimo, i porno migliori lo sono per via di una visibile gioia della protagonista). La pornografia, dal mio punto di vista, non è "the perfect propaganda piece for patriarchy" (Gail Dines) ma piuttosto il migliore ritratto della libertà di scelta della propria sessualità. Un grandioso manifesto della libertà che ognuno deve avere di scegliere liberamente cosa lo attrae di più.

Però, bisogna dire, dibattere sugli effetti culturali della pornografia è estremamente più riduttivo: la pornografia tange una parte di paese esponenzialmente minore rispetto ai telespettatori di striscia. E questo cosa significa? Significa che l'effetto culturale di striscia è incredibilmente più massiccio; e l'omogeneità è assicurata, in uno stato con 3-4 media televisivi. Non c'è la libertà di scelta del contenuto tipica della pornografia internettiana: c'è un modello verticale in cui i dirigenti di palinsesto decidono i contenuti che potrebbero interessare la maggioranza di pubblico e li propongono.

Indubbiamente il modello unico proposto da mediaset con Striscia, Mai Dire Lunedì etc etc. è quello del velinismo: la donna muta in mutande, e l'uomo a presentare. Al limite, una Michelle Huntziker con le zinne di fuori. E questo modello culturale è sicuramente dannoso, dal punto di vista della considerazione che la donna ha nella nostra società (c'è bisogno che gugoli io il tasso di disoccupazione femminile o la presenza di donne nei posti di potere nel nostro paese? Dai, li sapete, tanto). E rivendicare la libertà di scelta delle 18enni che si candidano a diventare veline è un po' fuorviante, quando questa scelta avviene dopo anni di esposizione a questo modello culturale. Non credo questo sia moralismo: chi fa una scelta che io considero egualmente sex-work, come la prostituta o la pornoattrice, ma lo fa chiaramente senza questa spinta culturale fortissima ma anzi con un generale rimprovero collettivo da parte della società, non merita a mio giudizio neanche una virgola di disapprovazione.
Nel senso quindi che non rispetto le ragazze che scelgono di divenire veline? Sicuramente non credo ci si debba indignare nei loro confronti. Ma far presente loro, anzi, propagandare verso di loro che esistono altri modelli, altre aspirazioni, credo sarebbe un puro atto di riequilibrio contro le onde televisive che il Caro Premier continua a irradiare nelle nostre case.


*Mi appassionano i dibattiti interni alla sinistra, perchè mi sembra che sia spesso un dialogo che dà i suoi frutti e basato su fondamenti comuni, al contrario del dialogo con quella parte del paese clericofascista, che personalmente fatico molto a capire.



Che poi

Non sono ateo, però dalla parte di un dio che discrimina le persone per la loro religione non ci voglio stare.



We need a cosmopolitan (soul)

Come molti, non avevo idea di dove fosse esattamente Haiti, così mi sono informato un po'. L'informazione geografica mi ha annoiato in fretta, e sono passato a capire dove fosse in senso più politico.
Viene fuori che Haiti è il terzo stato non africano meno sviluppato al mondo, ed è il paese più povero dell'emisfero occidentale. Si trova su Hispaniola, la terza isola scoperta da Cristoforo Colombo nel Nuovo Mondo. Attualmente, Hispaniola è divisa in Haiti ad est, appunto, e nella Repubblica Dominicana a ovest. La Repubblica Dominicana ha un reddito pro capite sette volte maggiore di Haiti; non è stata colpita dal terremoto.
La Repubblicana Dominicana, in questi giorni, ha decretato la massima allerta sul suo unico confine, con Haiti, per evitare che possano entrare irregolarmente i profughi.

Apprendo che Haiti è stata dimenticata in fretta dopo la sua scoperta. Le sue modeste risorse sono passate rapidamente in secondo piano con quelle dell'America. La corona spagnola scoraggiava il territorio di Haiti, e consigliava a chi vivesse lì di spostarsi ad ovest, a Santo Domingo. Le coste orientali divennero il rifugio dei pirati.
Molti schiavi africani furono deportati qui per lavorare le terre. Alla fine del '700, dice wikipedia, le classi sociali corrispondevano a diverse etnie: il potere era dei 32'000 europei; la classe lavoratrice era di sangue misto, perlopiù mulatti e indigeni, per 28'000 persone. Il resto degli abitanti era il mezzo milione di schiavi, la maggior parte africani.

Attualmente, degli otto milioni di abitanti di Haiti, circa 200'000 sono morti; di chi rimane, si calcola che circa la metà abbia perso la propria casa.

Sul finire del '700 scoppia una rivoluzione, l'ex-schiavo L'Ouverture guida la ribellione e conquista l' indipendenza. Il motto dell'isola è rimasto da allora L'unione fa la forza. A leggere la storia di Haiti, viene il sospetto che si tratti di sarcasmo. Per evitare che la rivolta dilagasse, Haiti venne isolata dalle potenze coloniali. Anche la Chiesa Cattolica decise di ritirare ogni suo uomo dall'isola. Qualcuno in questi giorni ha persino addossato a questa rivolta la colpa del terremoto.

Per i successivi due secoli, posso essere molto sintetico: due secoli di potenze che si spartiscono economicamente l'isola, tra cui Germania, Francia, Spagna, gli Stati Uniti. Dopo la fine dell'occupazione statunitense, nel '34, iniziano una serie di dittatori e brevi, corrotte repubbliche. La prima volta in cui un presidente al termine del suo mandato lascia il suo incarico spontaneamente, senza proclamarsi dittatore, senza essere deposto da una potenza straniera, o da un colpo di stato dell'esercito, è nel 2001.

Il fatto che uno dei dieci peggiori terremoti della storia dell'umanità sia capitato in uno stato con queste caratteristiche dà da pensare a tutti. In situazioni come queste, chi crede in Dio ha più dubbi del solito. Dio ha fatto tutto questo per il bene? Come è possibile? Nella sua infinita sapienza, sa che questo è l'unico modo per scuotere gli animi e cambiare la situazione dell'isola? Difficile; anche se, nella sua onniscienza, fosse così come può decidere di sacrificare centinaia di migliaia di persone? Come può farsi carico della sofferenza di chi ha perso tutto e tutti, dell'agonia di chi sta passando gli ultimi giorni della sua vita sepolto tra le macerie? Il pensiero di questa storia è difficilmente sopportabile per un essere umano, che davanti ad un terremoto è impotente e privo di responsabilità; come può Dio prendersi la responsabilità di realizzarlo?
Probabilmente, per questo Dio è Dio e noi siamo solo persone. Forse lui può giustificare tutti questi eventi, che lui ha disposto accadessero, nell'assolutezza di un fine più grande e perfetto. Ogni cosa, inclusa questa, risponde a quel suo ordine assoluto che è la realtà.


Il fatto che questo sia l'unico modo in cui Dio sia immaginabile è per me il più immediato argomento a favore della Sua inesistenza.




"Dio vuole prevenire il male, ma non può?
Allora non è onnipotente.
Può, ma non vuole?
Allora è maligno.
Può e vuole?
Ma allora da dove viene questo male?
Non può, nè vuole?
Ma allora, perchè chiamarlo Dio?"

Epicuro (via /b/)



42

Poco fa mi sono trovato davanti una montagna.
Io mi diverto a salire sulle montagne. Non mi importa molto di quello che trovo in cima - anche se spesso, una volta lassù, vedere il mondo sottostante completamente racchiuso nel mio colpo d'occhio è in effetti piacevole. Tuttavia, non è certo questo che mi piace nelle montagne: quel che è divertente è scorrerne le pendici, fra un respiro e l'altro godersi la compagnia, e salire finchè la serotonina non ti annebbia il cervello. Così, trovatomi davanti una montagna, ho deciso lì per lì di salirci.
Dopo circa un'ora di cammino, un edificio religioso (non ricordo esattamente quale religione) trovava posto tra un fiumiciattolo ed una parete rocciosa. Incuriosito, ho deciso di avvicinarmici; un monaco mi ha salutato.
“Buongiorno.”
“Buongiorno. Posso fermarmi qui per un po'?”
“Certamente. Ma ti avverto: qui osserviamo la religione. ”
“Quindi?”
“Quindi, dedichiamo tutta la vita all'unico suo vero scopo.”

Già qui, la faccenda puzzava. Anche il monaco puzzava, e probabilmente anche io puzzavo, a causa della salita. In realtà, nella montagna, basta prestarci attenzione per un attimo e si notano un sacco di cose che puzzano. Se uno dovesse prestare attenzione ad ogni cosa, salire su una montagna sarebbe una questione estremamente maleodorante: ma mai quanto la faccenda, che, come dicevo, puzzava. A questo punto volevo però essere sicuro di ciò che il monaco stesse dicendo.

“E quale sarebbe, di grazia?”
“Ciò che è scritto nel libro: 十誡. Per questo, noi dobbiamo passare la nostra vita a pregare, perchè è l'unica cosa che può dare un senso ad ogni cosa.”

Sentito ciò, me ne sono andato immediatamente. Ho fumato una sigaretta, ed ho ripreso la salita, visto che, tutto sommato, essa procedeva in modo interessante.
Infatti, più in alto rispetto al monastero, ho trovato un altro edificio. Sperando di farmi quattro chiacchere, mi sono avvicinato all'ingresso. Da lì, ho scorto un ampio giardino, dove un gregge di persone dormiva sul prato. Solo uno di loro era sveglio, e costui mi si è avvicinato. Notando la mia faccia scettica, ha tentato di iniziare la conversazione in contropiede.

“Non ti preoccupare: non siamo anche noi monaci — (ride) — noi siamo un gruppo di strenui razionalisti.”
“E che diavolo fate qui?”
“Bè, in breve, abbiamo ricercato per anni quale condotta di vita può apportare la felicità massima per il maggior numero di individui; dopo aver ricavato che la maggior parte degli individui non sono ancora nati e che il maggior pericolo per il cosmo è la morte per entropia, abbiamo concluso che l'unico modo valido per vivere la propria vita è consumare il meno energia possibile, in modo da ridurre la crescita dell'entropia. ”
“E quindi che fate?”
“Nulla: di giorno dormiamo qui, di notte ci svegliamo, ci nutriamo di questa particolare erbaccia che abbiamo piantato in questo giardino, e osserviamo con molta attenzione il cielo stellato sopra di noi. Peraltro, abbiamo calcolato che questa routine massimizzerà la durata della nostra vita.”

Ovviamente, questo buffo scienziato non ha fatto in tempo a terminare questa frase che io ero già molto distante da lui. Per la precisione, stavo dormendo — pure io come i suoi compagni — ma mi era sembrato più bello riposare all'ombra di un albero particolarmente imponente. Risvegliatomi, non trovo nulla di meglio da fare che non arrivare fino in cima.
Sono fortunato, perchè la cima è effettivamente magnifica. Si notano molte cose dei paesini a valle. Si vede un lago, anche se non ho idea di che lago sia. Si vedono i tetti delle abitazioni dei razionalisti e dei monaci - chissà se loro li hanno mai visti, quei tetti?

Mentre sono assorto in queste considerazioni, un vecchio con una lunga barba mi si avvicina. “Ciao. Vuoi del fumo?”, mi dice.
Dopo un po', siamo particolarmente di buon umore, e la montagna sembra ancora più bella. Il vecchio sembra conoscermi da una vita.

“Allora - gli chiedo - che ci fai tu su questa montagna?”
Lui ride, ride un sacco. Glielo richiedo, anche se pure io sto ridendo.
“Non ne ho la più pallida idea”, dice ridendo.

Scendiamo. Non mi ricordo più neanche io perchè sono salito: forse ci sono salito perchè non avevo nulla di meglio da fare, forse ci sono salito addirittura perchè mi ci sono ritrovato costretto. Non ricordo, davvero. Era così tanto tempo fa. Così poco se vedi la vita nel suo insieme, ma questo è un errore che noi non compieremo.
Tutto ciò che so è che se non fossi salito, non sarei qui e non starei pensando quello che sto pensando, e non sarei la persona migliore che sono ora, o che mi auguro di essere, e non sarei la persona più felice che sono ora, o che mi auguro di essere. Chissà se sapevo dove mi avrebbe portato il futuro... ma sono salito.

Tutto il senso di ogni mia azione passata è compreso in questo istante. Ogni secondo che ho vissuto aveva un solo scopo: vivere questo momento.

Ogni istante è il senso ultimo della vita, nessuno escluso. Ogni tua fatica, ogni tuo sforzo, ogni tua azione, ogni volta che ti sei alzato presto, ogni volta che hai fatto ogni cosa che tu abbia mai fatto finora, ebbene, l'unico e l'ultimo senso che tutto ciò può avere e che ha mai potuto avere è solo ed unicamente questo piccolo granello:
il qui, e l'ora.




...ed impieghiamo il breve istante della nostra esistenza per benedire insieme in mille lingue diverse, dal Siam alla California, ciò che ci ha donato questo istante.

Voltaire, preghiera a Dio.



It's just a ride.

L'altro giorno ero in stazione, per pisciare. Sì, ero in un locale, ma andare a pisciare in un locale mi disgusta un po' - quando ti dirigi verso la latrina, sembra che tutti ti squadrino pensando “Ha! Quest'uomo deve far fuoriuscire dell'urina: che schifo!”, e ti senti quasi in colpa ad entrare in bagno. Peggio che mai se c'è pure la fila (dovuta sicuramente al fatto di essere in un posto dove il consumo di birra rende il cesso il luogo di frequentazione più affollato: il cesso in un pub ha un po' il ruolo che ha altrove la pista da ballo).

Fatto sta che ho deciso di evitare questa compagnia di avventori squadranti frammista ad alcolizzati ben inseriti nella società. Deciso a pisciare all'esterno, ho optato per la stazione delle nord, prospettandomi incontri ben più divertenti - gli alcolizzati peggio inseriti nella società saranno considerati dei geni dai posteri (no, non lo dico per vantarmi).

Mi cammino i miei bei 2-3 km, arrivo in stazione e mi dirigo verso il cesso. Con mio sommo disappunto, scopro che il cesso della stazione è chiuso. La cosa mi lascia spiazzato: considerando che i treni vanno ancora, si suppone che il viaggiatore pisci sempre sul treno? E il non viaggiatore? Deve prendere un treno? I barboni dove possono andare di corpo, se non possono prendere un treno? Vogliamo eliminare i barboni obbligandoli per la delusione a pisciare sui binari elettrificati e fulminandosi? E non vogliamo dare al drogato un luogo dove la luce al neon possa rischiarare la sua pelle e le sue vene, allo scambista un punto di ritrovo? Preso dallo sconforto vescicolare, inizio a tirar giù cristoni che neanche Germano Mosconi (il quale, per darmi modo di scrivere questo paragone, forse in cerca di visibilità, passava in stazione bestemmmiando morigeratamente e sommessamente).

Mentre gironzolo incerto e con la vescica in crisi, incontro un drogato seduto sul marciapiede che si gode lo spettacolo della gente che vaga per la stazione a quest'ora. Ha un cartello davanti a sè che recita “It's just a ride”. Vedendo la mia profonda indignazione notturna, il drogato prima mi fa un sorriso, e con pochi, lenti gesti mi invita a ritrovare la calma; quindi, decide di prendere parola.

-E' solo un giro di giostra. Non prendere mai nulla così sul serio.
-Cosa?
-La vita.
-Andiamo, -rispondo- esistono cose che non vanno sottovalutate. Bisogna essere capaci di agire quando è necessario.
-Amico mio, ti sbagli. Di necessario a questo mondo non c'è proprio nulla. Semplicemente, ci sono cose che fanno stare bene, e cose che fanno stare male. Fai le prime più che puoi, fai le seconde il meno possibile.
-La fai semplice.
-E' semplice.
-Ma alcune volte dobbiamo agire perchè dobbiamo.
-Mai. Se agiamo è perchè vogliamo.
-Ma esistono convenzioni, regole, persone da rispettare... c'è la morale!
-Kant è morto, e la morale non è dentro di me, è solo un rapporto con il mondo che mi sta attorno. Nulla obbliga... se agiamo in un certo modo è perchè pensiamo che in questo mondo, questo sia il modo di essere felice... insomma, è soltanto perchè, in fondo, lo vogliamo.
-E' perchè dobbiamo, a volte! Dobbiamo! Dobbiamo! Ci sono cose che sono da fare, perchè è così e basta! Alzati, studia, trovati un lavoro, fatti una famiglia, educa i tuoi figli, obbligali a venirti a trovare nei giorni di festa, e crepa.
-Questa è la vita che ti sei scelto. Io ho scelto qualcos'altro. Io sto bene. Tu sembri felice della tua scelta, tu stai bene. Finchè stiamo bene, dov'è il problema? E' solo un giro di giostra.


Alla fine ho pisciato in una chiesa lì davanti, erano anni che lo volevo fare.



Generazione FF

A 15 anni eravamo dei ventenni ingenui e controcorrente, alla fine del liceo eravamo cinici e disincantati trentenni - già provando dentro di noi la saggia fermezza della gente ormai matura, sentendoci vecchi dentro quando ancora si vive con mammà; ora, che si va sui 22, sembra di essere in crisi di mezz'età; alla ricerca disperata di un romanticismo adolescenziale che non si trova, una triste ed autoconsapevole voglia di tornar indietro - quando si era giovani ed ingenui, ma non lo si è più: ed è tutto noia, perchè sembra sempre che tutti restino chiusi in casa, assorti nella consolidata routine.

Di questo passo, una vita condensata nella scala temporale di jim morrison/jimi hendrix/jesus christ è possibile (spero non auspicabile).



Pensieri sparsi e grafi

Il problema complesso è visitare ogni posto, e non annoiarsi mai; quel che è possibile fare è percorrere tutte le strade, senza mai ripetersi.
(Dimostrazione: vedi grafo hamiltoniano e euleriano)